Adista News – La tassa sui rifiuti è un servizio, va pagata. Tegola sul Pontificio Istituto Biblico. E non solo


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Adista Notizie
n° 22 del 12/06/2021

40689 ROMA-ADISTA. Potrebbe essere salatissimo il conto per il Pontificio Istituto Biblico (Pib), il prestigioso ateneo di piazza della Pilotta a Roma: fino a 1 milione e 200mila euro di Tari (la tassa sui rifiuti) non pagata dal 2012 a oggi.

La Corte di Cassazione infatti, con l’Ordinanza n. 13375 dello scorso 18 maggio, ha dato ragione all’Ama (l’azienda che gestisce la raccolta dei rifiuti a Roma) e ha stabilito che l’istituto, che fu diretto anche dal card. Carlo Maria Martini negli anni Settanta, deve pagare: la Tari, hanno stabilito i giudici, non è un’imposta contro il pagamento della quale ci si può appellare al Concordato e al regime di extraterritorialità – come ha fatto il Pib – ma il corrispettivo per un servizio comunale, che va pagato, con buona pace dei Patti lateranensi. E la sentenza potrebbe aprire una voragine, costringendo al pagamento della Tari tutti gli altri enti ecclesiastici che finora hanno fatto finta di nulla.

Il Pib è un’istituzione universitaria della Santa Sede, fondata nel 1909 da papa Pio X come «centro di alti studi della sacra Scrittura nella città di Roma, per promuovere il più efficacemente possibile la dottrina biblica e tutti gli studi connessi secondo lo spirito della chiesa cattolica». Affidato ai gesuiti – infatti è associato alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Orientale – nel 1928, con papa Pio XI, ottenne l’indipendenza accademica dalla Pontificia Commissione Biblica, potendo così conferire titoli accademici a tutti gli effetti. Direttamente dipendente dalla Santa Sede, il gran cancelliere dell’Istituto è il prefetto della Congregazione vaticana per l’Educazione Cattolica e i suoi studenti provengono da oltre sessanta Paesi di tutto il mondo. Un’istituzione storica quindi, che scivola su un sacchetto di rifiuti. La vicenda comincia nel 2012, quando il Pib riceve dall’Agenzia delle Entrate una cartella esattoriale per 71mila euro di Tari non pagata (per la precisione 70.849,81 euro). Come se nulla fosse, i vertici dell’ateneo pontificio non pagano, dal momento che, a loro giudizio, il Concordato esenta il patrimonio immobiliare Vaticano da tasse e tributi dovuti allo Stato. Presentano un ricorso alla Commissione tributaria provinciale, che però viene respinto: la Tari, sostennero allora i giudici, è il corrispettivo per un servizio, ossia quello della raccolta dei rifiuti, e non un tributo, per cui il Pib non è esente dal pagamento.

I legali vaticani però non si arrendono e si rivolgono alla Commissione tributaria regionale che, nel 2018, gli dà ragione, motivando la propria decisione, sulla base del Concordato, secondo la quale «l’immobile dove ha sede l’Istituto è esente da tributi sia ordinari che straordinari, presenti e futuri; e che la Tari ha natura tributaria, con conseguente esclusione dell’obbligo di pagamento da parte dell’Istituto pontificio».

Però non si arrendono nemmeno i legali di Ama (e del Comune di Roma), che ricorrono in Cassazione. E vincono: il Pib deve pagare i 71mila euro non versati perché, come aveva sostenuto la commissione tributaria provinciale, non si tratta di imposta ma di pagamento di un servizio di cui l’istituto usufruisce. I giudici della VI sezione civile della Corte di Cassazione scrivono che «l’edificio in questione non è un edificio destinato al culto», quindi non vale il regolamento comunale che, nel 2003, ha escluso dal calcolo alcune superfici perché ritenute «incapaci di produrre rifiuti, per loro natura e caratteristiche e per il particolare uso cui sono adibiti». E aggiungono che l’esenzione concordataria vale solo per le imposte sugli immobili, non per i servizi. Pertanto, concludono i giudici della Cassazione, «il ricorso deve essere accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata. Non essendo necessario alcun altro accertamento di fatto, tenuto conto delle eccezioni sollevate nel giudizio, la causa può essere decisa nel merito con il rigetto del ricorso introduttivo. La peculiarità della vicenda e la novità delle questioni dibattute giustificano la compensazione delle spese dell’intero giudizio».

Considerando tutti gli arretrati, il conto per il Pib potrebbe arrivare a un milione e duecentomila euro. E soprattutto il principio potrebbe valere per tutti gli altri enti ecclesiastici di proprietà vaticana che non hanno pagato i servizi comunali, come per esempio l’acqua, fornita gratuitamente da Acea alla Città del Vaticano, o i permessi per entrare nelle Ztl (Zone a traffico limitato) del centro storico.

Qualche anno fa, in un’intervista all’emittente cattolica portoghese Rádio Renascença – ma rilanciate dalla Radio Vaticana e dall’Osservatore Romano papa Francesco ebbe a dire: se vuoi fare delle attività commerciali o comunque non di culto «paga le tasse», sennò «l’attività non è molto sana». Staremo a vedere.

* Il Pontificio Istituto Biblico, a Roma (piazza della Pilotta) – foto [ritagliata del 2011] di Grentidez tratta da wikimedia commons, licenza Creative Commons

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