Adista News – PRIMO PIANO. Equità derisa


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Adista Segni Nuovi
n° 23 del 19/06/2021

Posso fare un articolo contro corrente? Un pezzo da bastian contrario, mentre tutta la corrente del chiacchiericcio quotidiano – dalla giungla dei social per finire al mainstream della comunicazione – parla male dell’improvvida uscita del neosegretario del Partito democratico sulla tassa di successione? Ecco, se c’è una cosa che non si può sopportare è il coro di quelli che criticano tempi e modi dell’uscita di Enrico Letta (ha proposto di portare l’imposta di successione al 20% per i patrimoni di oltre 5 milioni di euro e redistribuire il gettito recuperato ai diciottenni meno abbienti, circa 10mila euro pro capite), mentre tutti sfuggono a un confronto serio sul tema posto: come arginare le disuguaglianze, vero cancro delle nostre società.

Un tumore reso ancora più aggressivo dai danni seminati dal Covid.

Passeggiando, in questi giorni, per le strade di uno dei meravigliosi borghi delle Marche, sono incappato nella discussione di due turisti che, osservando i manifesti sbiaditi con slogan vecchi e stravecchi dei partiti – dal Pd a Fratelli d’Italia fino al movimento di Salvini – sentenziavano: «qui la politica è ferma al 2018». Una sintesi agghiacciante per quanto vera. Siamo di fronte a una galleria di immagini-manifesti che fotografano in maniera nitida l’attuale situazione politica italiana: la distanza tra posizionamenti vari dei poteri e la latitanza dei contenuti. I contenuti, che nessuno è in grado di affrontare perché non rientrano nei propri schemi ideologici, «lasciamoli al presidente del Consiglio Mario Draghi», sembrano dirci i nostri rappresentanti in Parlamento. Questa è la resa dei partiti. Non c’è una forza politica che sia in grado di affrontare una questione di contenuto con tutto ciò che comporta: un certo tasso di impopolarità, una certa vision, una rispondenza non certo ai propri interessi ma a interessi generali. Ormai si identificano gli schieramenti con il trionfo dell’ideologia da due soldi e sui contenuti la gente non si schiera più. La rinuncia dei partiti ad affrontare seriamente i contenuti – quelli che riguardano la vita delle persone – sta rendendo ancora più intollerabile questo snervante tempo sospeso a causa della pandemia.

Le 1.000 persone più ricche del mondo – ci ha ricordato tre mesi fa l’Oxfam alla vigilia dei lavori del World Economic Forum – hanno recuperato in appena 9 mesi tutte le perdite che avevano accumulato per l’emergenza Covid-19, mentre i più poveri per riprendersi dalle catastrofiche conseguenze economiche della pandemia potrebbero impiegare più di 10 anni. Per la prima volta in un secolo si potrebbe registrare un aumento della disuguaglianza economica in quasi tutti i Paesi contemporaneamente. A dicembre la ricchezza dei miliardari nel mondo aveva raggiunto il massimo storico di 11.950 miliardi di dollari, quanto stanziato da tutti i Paesi del G20 per rispondere al coronavirus. Dall’inizio della pandemia il patrimonio dei primi 10 paperoni del mondo è aumentato di 540 miliardi di dollari: risorse che, secondo gli analisti di Oxfam, sarebbero sufficienti a garantire un accesso universale al vaccino anti-Covid e assicurare che nessuno cada in povertà a causa del virus. L’Italia è dentro a queste classifiche. Anche noi abbiamo lo 0,5% dei super ricchi che sono diventati ancora più ricchi nell’ultimo anno.

Ovunque il tema è come riuscire a contrastare questa disuguaglianza crescente. Una delle misure è appunto l’imposta di successione. Nel 2018 il gettito totale dell’imposta in Italia è stato di 820 milioni di euro, contro 5,9 miliardi nel Regno Unito e 14,3 miliardi in Francia, 2,7 miliardi in Spagna e 6,8 in Germania. Alcune settimane fa l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ha pubblicato un confronto sulle tasse di successione in 28 Paesi sull’anno 2019: in media le nazioni ricavano dalle tasse sull’eredità circa lo 0,5% del gettito fiscale complessivo; la Corea del Sud è l’unica nazione a raccogliere più dell’1,5% delle entrate fiscali complessive dall’imposta sulle successioni; sopra l’1% ci sono Belgio, Francia e Giappone; Gran Bretagna e Irlanda si attestano intorno allo 0,7%, mentre Germania, Stati Uniti e Spagna si fermano allo 0,5%; l’Italia ottiene lo 0,2%.

Si può dire «io non sono d’accordo », ma che un tema come questo venga così deriso e marginalizzato subito dall’agenda politica è ridicolo. Draghi, che di solito usa poche parole, avrebbe fatto bene a usarne qualcuna ancora in meno su questo: «Non è il momento di prendere i soldi dai cittadini ma di darli», ha detto il premier. Dichiarazione che risponde a verità ma che è stata strumentalizzata come a dire «non è il momento di tassare le grandi ricchezze». Invece no, è proprio questo il momento di tassare le grandi ricchezze e di contrastare la polarizzazione delle risorse.

L’impressione è che stia riemergendo con ancora più forza il vecchio male del populismo: «critica comunque il potere e tieni per il mitico popolo». E se ai populisti capita di essere al governo, si continua lo stesso a criticare il fantomatico «potere», perché non si ha il coraggio di reggere la responsabilità di scelte di governo. Come racconta l’esperienza dei Cinquestelle, un movimento basato sul presupposto ideologico della democrazia diretta, che ha fallito nel suo tentativo di cambiare la classe dirigente del nostro Paese. L’accanimento sulle parole di Letta – estrapolate dall’editore di «Anima e cacciavite» per rilanciare un po’ le vendite – ne è un’ulteriore dimostrazione. Un altro dato della polemica provincialistica che ammorba la nostra visione politica. Solo in Italia può succedere che semini stupore, ironia e che venga così sminuita la proposta per ridurre la disuguaglianza considerata un’emergenza globale da tutte le agenzie internazionali. È la volontà di non affrontarla. Ed è la dimostrazione di come abbiamo una politica non all’altezza dei problemi e come su questo versante il populismo abbia già vinto. Questa è la riprova anche di quanto sia debole oggi la voce dei cattolici in politica che su questo tema dovrebbero essere i primi promotori di proposte concrete e di vero cambiamento.  

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