Adista News – Bose: Bianchi lascia la comunità e prende casa a Torino


BIELLA-ADISTA. Che sia la fine della vicenda, dopo un braccio di ferro durato oltre un anno, può apparire un po’ azzardato. Ma la partenza definitiva di Enzo Bianchi da Bose (v. Adista nn. 12 e 14/2021) è un passaggio cruciale nella querelle che lo ha contrapposto alla comunità – da lui fondata e guidata per oltre cinquant’anni oltre che al visitatore apostolico e al Vaticano.

Alla fine l’ex priore, in ossequio al provvedimento della Santa Sede – un “decreto singolare” del 13 maggio 2020, approvato in forma specifica da papa Francesco – che gli aveva intimato l’allontanamento dalla comunità monastica del Biellese, sinora tante volte disatteso, se ne è andato da Bose, probabilmente alla fine di maggio, per raggiungere un appartamento che si trova a Torino, messogli a disposizione da conoscenti dopo una ristrutturazione. «Cari amici/e, per alcuni giorni sono stato silente e non vi ho inviato i pensieri emersi nel mio cuore, ma un faticoso, sofferente trasloco me lo ha impedito: per noi vecchi migrare è uno strappo non pensabile anche perché ci prepariamo all’esodo finale, non a cambiar casa e terra», ha scritto Bianchi il 7 giugno scorso su Twitter. Del resto, senza riferirsi espressamente alla sua vicenda personale, in questi mesi su Twitter Bianchi ha manifestato più volte il suo disagio. «Stiamo attenti quando parliamo di sofferenza – scrisse ad esempio il 3 maggio –: perché non è vero che il dolore purifica, redime, rende più buoni, anzi rende irritabili, abbrutisce, e ci induce all’egoismo. Il dolore è sempre in-sensato e al dolore insopportabile abbiamo il diritto di dire basta!».

Dopo il “decreto singolare” – che disponeva l’allontanamento di Bianchi e di altri tre membri della comunità – c’era voluto un nuovo decreto, a firma del delegato pontificio, padre Amedeo Cencini, che nel febbraio 2021 gli intimava di lasciare l’eremo vicino alla comunità di Bose dove si era sistemato e andare a vivere nella pieve di Cellole di San Gimignano (Si), che la comunità (cui appartiene) gli avrebbe concesso in comodato d’uso. Bianchi aveva allora parlato di condizioni «disumane e non dignitose» e per questo motivo il monaco non aveva accettato, iniziando autonomamente la ricerca di una struttura che lo potesse accogliere in modo consono. Ma intanto passavano altri mesi.

Nella tempistica scelta da Bianchi ora per lasciare Bose conta forse anche la pubblicazione di una lettera privata inviatagli da papa Francesco, resa nota il 21 maggio scorso dal sito Silerenonpossum, che però appare datata 9 febbraio 2021. Il testo, appena è stato conosciuto, ha suscitato un certo stupore, ma alla sua luce il trasferimento di Bianchi assume un nuovo possibile significato: «So che ci sono state incomprensioni e ferite. So che tu hai fatto e farai tanto bene alla Chiesa (anche a me personalmente). So che i Visitatori hanno cercato una soluzione ai problemi di incomprensione e di divisione nella comunità, la quale anche soffre. So che tanta gente ti vuole bene», scriveva Francesco. Il quale, però, un mese dopo quella lettera del 9 febbraio, aveva ricevuto – 4 marzo – il priore della comunità, Luciano Manicardi assieme al visitatore apostolico padre Cencini; e aveva poi inviato una lettera personale a Manicardi e alla comunità di Bose, datata 12 marzo, in cui garantiva loro vicinanza e sostegno. Nella lettera a Bianchi il papa esprime stima e affetto anche al fondatore di Bose, pur non revocando le sanzioni nei suoi confronti. «Quello che come fratello devo dirti, è che tu sei in croce. E quando si è in croce non valgono le spiegazioni, soltanto ci sono il buio, la preghiera angosciante “Padre, se è possibile allontana da me questo calice” e quelle sette parole che sono a fondamento della Chiesa. Quando si è in croce quelli che non ci vogliono bene sono contenti, tanti amici fuggono e spariscono, rimangono soltanto tre o quattro amici più fedeli, che non possono fare nulla per salvarci, ma ci accompagnano. Rimane solo l’obbedienza, come Gesù».

L’obbedienza, appunto. Quella che il papa chiedeva allora inutilmente a Bianchi, ma a cui fratel Enzo si sarebbe alla fine ridotto. Il fatto che sia stata resa pubblica la lettera ricevuta dal papa gli concede almeno “l’onore delle armi”. E poi, da una importante città come Torino non è detto che Bianchi non possa tornare presto a partecipare alla vita pubblica. E che il nuovo alloggio possa costituire il punto di partenza per pianificare la nascita, presso qualche cascina o ex monastero, di una nuova comunità, magari già nel 2022: sarebbero finora una dozzina i monaci e le monache di Bose pronte a lasciare la comunità per seguirlo. Intanto, il 10 giugno, Bianchi è atteso a Castelponzone, per un incontro pubblico previsto in piazza Carnevali, davanti alla chiesa di Castelponzone (Cr). Ad invitarlo l’anziano collaboratore parrocchiale don Luigi Carrai, storico e strettissimo amico di fratel Enzo.

* Foto di Comunicazione Loppiano tratta da Flickr, immagine originale e licenza 

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