Adista News – Don Milani, la musica e il riscatto degli ultimi. Un saggio di Sergio Tanzarella


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Adista Notizie
n° 25 del 03/07/2021

40723 ROMA-ADISTA. Su don Lorenzo Milani – di cui il 26 giugno ricorre l’anniversario della morte, avvenuta nel 1967, poche settimane dopo la pubblicazione della Lettera a una professoressa – si è scritto tantissimo. Per questo, farsi largo nella sterminata bibliografia di studi milaniani non è sempre facile. Aiuta però il riconoscere, tra gli autori, quelli che si sono distinti per il rigore nella ricostruzione del pensiero e della prassi del priore di Barbiana. E per questo anche nomi coerentemente critici nei confronti delle «viete ricostruzioni disancorate dalle fonti» che hanno contribuito alla «produzione di stereotipi e banalizzazioni» su Milani, come dice uno tra i suoi più autorevoli studiosi, lo storico della Chiesa Sergio Tanzarella.

Tanzarella ha appena pubblicato un libro su Milani, che ne coglie un aspetto meno noto, quello del rapporto con la musica, indagato anche grazie alla pubblicazione (avvenuta qualche anno fa in gran parte per merito suo) di una consistente parte dell’epistolario milaniano (1.106 lettere, di cui 129 inedite), prima sconosciuto o pubblicato in modo dispersivo.

Il libro, denso ma di lettura agile, si intitola Il pentagramma di Lorenzo Milani. Musica per la libertà (il Pozzo di Giacobbe, 2021, pp. 96, 10,90€: il libro può essere richiesto anche ad Adista, tel. 06/6868692; email: [email protected] adista.it). Come accennato, già nell’introduzione Tanzarella mette in guardia dalle mille strumentalizzazioni operate su don Milani. «Con un abile riduzionismo Milani è stato arruolato, dopo la sua morte, nel novero dei pedagogisti come se si fosse trattato di un teorico o di un accademico. O ancora usato come la bandiera di riforme scolastiche e delle contestazioni del post ‘68. Alle appropriazioni esaltate hanno corrisposto processi postumi, accuse violente di ogni genere nei suoi confronti. Nell’ambito ecclesiale italiano dopo aver subìto da vivo ogni tipo di persecuzione si è passati dopo morto dall’indifferenza durata per decenni a un’indolore inclusione normalizzatrice, una annessione accorta a ridurne ed edulcorarne la testimonianza e le idee. Un Milani ridotto a frammenti e citazioni, talvolta anche pacchianamente false, funzionali e confermative di un uso pubblico che prescinde dalla storia».

Oggi il corposo epistolario, se da una parte può alimentare nuove distorsioni del pensiero milaniano, può però anche contribuire a seri studi monografici su singoli temi, funzionali a meglio comprendere la personalità complessa di Milani e le vicende straordinarie di cui fu protagonista nell’arco degli anni che vanno dal seminario (1943) fino alla morte. Lo studio di Tanzarella apre esattamente questa prospettiva, affrontando il tema del rapporto del priore con la musica che, come quella della pittura e l’arte in generale, segna gli anni del «tormentato percorso giovanile di Lorenzo Milani». Per evolvere e caratterizzare anche gli anni dell’impegno nella scuola popolare. L’interesse di Milani per la musica «dagli anni del seminario in poi – scrive Tanzarella – resta ancora un tema scarsamente considerato dalla storiografia. Con l’avvertenza che non bisogna commettere l’errore di cercare teorizzazioni o astrazioni in Milani». Perché, dice Tanzarella, diventato prete, si ispirerà a un unico parametro: quello dell’amore per i suoi ragazzi e dell’impegno per il riscatto loro e di tutti gli oppressi.

All’approccio teorico e astratto con la musica, Milani sostituirà quello critico e militante. «Una volta prete l’impegno sempre più totalizzante della Scuola Popolare a San Donato di Calenzano per far fronte all’ingiustizia sociale sistemica e per la restituzione della parola ai cittadini che non l’avevano sembra che potessero lasciar poco spazio alla musica, e invece la lotta all’analfabetismo imposto dal potere riguardava tutti gli analfabetismi compreso quello musicale».

La musica classica, letta dallo spartito, spiegata dai musicisti e compositori che salivano a Barbiana, diventa per Milani l’emblema stesso della possibilità per tutti di comprendere e padroneggiare discipline ritenute elitarie, suppostamente non apprezzate dai meno abbienti. Se ne accorse bene la mamma di don Milani, che in una lettera alla figlia Elena scritta sul finire dell’estate del 1960 rilevava così, parlando con meraviglia e sconcerto di una partecipatissima lezione di ascolto e solfeggio del concerto n. 5 opera 73 per pianoforte e orchestra di Beethoven: «[…] lassù come al solito – i ragazzi ora sono venti. Spesso sono ammirata ed esaltata dalla bellezza e eccezionalità di quell’ambiente. Altre volte la miseria, il sudiciume, il disagio di quella vita mi prende alla gola. Non mangiano abbastanza, non si lavano, puzzano, quel secchio d’acqua che portano da lontano è lurido e poi li vedi tutti e venti solfeggiare incantati il concerto L’imperatore davanti a una macchina di loro invenzione che svolge uno spartito sotto i loro occhi mentre il grammofono suona. E si sente che lì tutti i valori sono diversi dai nostri». 

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