Adista News – Credere rinunciando a ogni immagine del divino


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Adista Documenti
n° 29 del 31/07/2021

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Carissimo Enrico, mi sento fraternamente convocato dalla tua mail ad argomentare la posizione che sostengo nel libro Oltre Dio che hai fatto oggetto delle tue riflessioni e anche delle tue appassionate critiche. Voglio anzitutto ricordare che si tratta di un testo non collettivo ma redatto da diversi autori che hanno lavorato su una stessa domanda: dunque ciascuno risponde individualmente delle tesi che espone nel proprio contributo e io perciò solo delle mie pagine devo rendere ragione.

In secondo luogo ti confesso che l’obiezione fondamentale che tu muovi a chi invita a superare la dottrina teistica – considerata tradizionalmente come presupposto irrinunciabile della fede cristiana – non solo non mi è nuova ma ha trovato anche in me, per lungo tempo, un fervido sostenitore. Mi sono a lungo misurato con la paura legata alla rinuncia all’immagine del Dio che ci è stata trasmessa da diciassette secoli di dottrina (quelli seguiti alla proclamazione del Credo di Nicea) e alla sensazione di una perdita irrevocabile nel caso avessi compiuto quel passo che d’altra parte mi pareva ormai onestamente irrinunciabile. Finché, come forse sai, ho scritto Il Dio che non è Dio, edito proprio dai Gabrielli, in cui ho argomentato fin dal sottotitolo la possibilità di “credere rinunciando a ogni immagine del divino”. E qui già appare chiaro che rinunciare a ogni immagine del divino (e a ogni parola su di lui) non significa abrogarlo e cancellarlo dal nostro orizzonte ma solo, umilmente, rinunciare a ogni pretesa di definirlo e convocarlo obbligatoriamente a far parte del nostro dizionario mentale come parole fra le altre parole. Qui ovviamente non voglio in alcun modo condensare l’itinerario del libro: ma mi sembra giusto e amichevolmente fraterno provare a giustificare davanti alla tua perplessità la possibilità di superare proprio dal cuore della fede cristiana ogni discorso teistico.

Provo a dirlo in breve. Se usi una parola non devi forse darle un contenuto, un significato? Che cosa é dunque per te “il significato” dal segno-parola Dio? A che cosa rimanda questo termine? Tu lo sai? Hai parole per dirlo? Io no. O meglio, in una sola accezione sono disposto a riconoscergli una funzione: quella di esprimere la nostra invocazione. Dunque riconosco a questa parola solo una funzione “fatica”, mai descrittiva, tanto meno dottrinale (cioè di insegnamento). È questa funzione fatica che appare evidente (almeno dopo un’indagine etimologica) nell’inglese “God”, che originariamente non descrive il divino al modo in cui pretendono di definirlo la filosofia cristiana-ellenistica o quella scolastica (Theòs, Deus, Dio), ma semplicemente lo rappresenta come “l’Invocato”. Questa parola God, preziosissima per noi, semplicemente testimonia che sta davanti a noi un “invocante” che con quel termine prova ad aprire un dialogo con un “mistero” di cui non sa né può dir nulla, di cui sicuramente non è neppure concettualmente e in minima arte padrone. God, “Invocato”, è dunque parola lanciata all’indirizzo dello Sconosciuto. Tu pensi che noi possiamo dare alla parola “dio” altra funzione so non quella di esprimere, per via di metafora, il destinatario della nostra invocazione sentendolo come il nondicibile, cioè l’Ineffabile?

Tu mi obietterai che noi possiamo conoscere “il dio” perché Gesù – come affermano i Vangeli – ce lo ha rivelato come “il Padre”. Ma non sta proprio qui il paradosso altissimo e sublime della fede cristiana? Quella immagine di Padre usata da Gesù non subisce forse uno scacco innegabile, tragico, definitivo, proprio sulla croce? Abbiamo certo bisogno anche noi come lui di un Tu, ma non è infine sul Calvario, dopo il successo dei miracoli e il trionfo popolare dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme che sembra preparargli ben altro destino, che quel Tu paterno non gli risponde? Non è forse crudelmente frustrato, sulla croce, proprio il desiderio di Gesù – che è stato certezza per tutta la sua vita fino alle ore atroci del Getsemani – di poter riporre la sua fiducia in quel Dio-Padre che invece non risponde? Il desiderio di Gesù cade nel vuoto? Anch’io, come tutti noi, vorrei poter tirare “giù dal cielo” (de sideribus, dai corpi celesti, da cui “desiderium“) quel Tu e convocarlo alla mia presenza. Ma che cristiani siamo se vogliamo essere più di Cristo, che sul Golgota non ci è riuscito? Non è più cristiano piuttosto lanciare il nostro grido, come lui, senza pretese che vadano al di là della nostra misura?

Ancora mi obbietti, e con te Raniero La Valle, che considero uno dei miei decisivi, esemplari e fondamentali maestri: ma se togliamo a Dio il carattere di persona semplicemente annulliamo Dio. Su questo non sono d’accordo con voi. Perché quel bisogno di salvare Dio come persona non può fare a meno di misurarsi col significato autentico  di questa parola latina (corrispondente al greco “prosopon”) con cui a Roma si intendeva semplicemente la maschera che celava il volto dell’attore, per suggerire la presenza di un personaggio del dramma inscenato davanti agli spettatori del teatro. Che cosa possiamo dire di questo personaggio? Chi c’è dietro la persona (la maschera) che noi chiamiamo Dio? Vogliamo forse ancora dargli il ruolo del “deus ex machina” di antica memoria che fa esplodere il big bang, quando la scienza ci ha dimostrato che non ha senso immaginarci un “prima“ quando ancora il tempo non esisteva? O forse, piuttosto, dicendo che quel Tu è persona vogliamo intendere qualcosa come “l’individuo” al quale desideriamo rivolgerci? Io – senza alcuna pretesa di convincere né te né alcun fratello – preferisco attenermi all’insegnamento radicale di Eckart che già settecento anni fa ci segnalava che con qualunque immagine o nome pretendiamo di definire e chiamare Dio lo rendiamo “cosa fra le cose”, e con ciò stesso non solo lo oggettivizziamo, ma anche lo immiseriamo, per così dire, a presuntuoso possesso delle nostre parole. Ecco perché oggi non sento più il bisogno, o meglio non ho più la pretesa, di fare dell’Ineffabile una persona. Preferisco dunque (ma questo vale solo per me e tu hai il diritto di seguire un’altra strada su cui non mi arrogo alcun diritto di esprimere un giudizio) fermarmi nel silenzio e contemplare il Silenzio dell’Indicibile.

È per questo motivo che ho accettato la proposta di inserire qualche mia riflessione, accanto a quelle di nomi ben più importanti del mio, nel libro Oltre Dio (che se fosse dipeso da me avrei intitolato “Oltre la parola Dio”) che si inserisce programmaticamente nel filone del post-teismo.

E preciso qui che, a titolo del tutto personale e proprio per i motivi fin qui succintamente esposti, io non me la sento come altri post-teisti di provare a rendere oggi accettabile e comprensibile quel “Dio” riconoscendolo come l’Energia diffusa nell’universo intero. Mi pare infatti che con questa immagine non siamo lontani dalla definizione di “Deus sive Natura” di Spinoza che sento di non poter accettare perché dovrei accettare come segno di una Sapienza diffusa nella materia (chiamiamola pure quark, onde gravitazionali, particelle elementari che riverberano nell’entanglement ovunque diffuso, ecc. ecc.) anche tutta la crudeltà (quella umana compresa) che tortura il mondo naturale e la storia umana. E non sento neppure il desiderio di cercare nelle nuove acquisizioni della scienza gli indizi di una possibilità di sopravvivenza per l’Informazione che per un attimo ci ha dato forma, vita e coscienza. Il “dopo”, almeno per me, non è un problema: come la vita, questo dopo può essere solo dono e non una pretesa né un mio spasmodico desiderio.

In conclusione: non voglio insegnare nulla a nessuno, caro Enrico, ma dico anche che ben volentieri oggi, senza alcun dramma di coscienza, accetto onestamente di iscrivermi fa i post-teisti perché preferisco il silenzio della teologia apofatica cui già erano approdati tanti padri antichi, che è poi l’a-teologia (la non-teologia, la non descrizione del Mistero davanti al quale possiamo solo ammutolire) di Raimon Panikkar. Ma questo, aggiungo, non mi impedisce di dire, ogni giorno, in cuor mio o con alcuni fratelli che si dicono cristiani, “padre nostro”: se lo faccio però (invocando l’Ineffabile) è perché voglio usare, non avendone di migliori, le parole (cioè la metafora) di Gesù e per esclusiva fiducia nell’uomo della croce, che sulla croce si scoprì orfano e tuttavia al diopadre assente riconsegnò, obbediente, la sua vita e il suo sogno del Regno.

Ecco perché da tempo non sono neppure più disposto ad accettare che qualcuno mi parli “in nome di Dio”: non solo i cattivi che se ne servono per fini di potere, ma neanche i buoni che in suo nome amano generosamente i fratelli. Autorizzo a farlo eventualmente (e io mi inchino con timore, tremore e commozione al loro coraggio che va oltre ogni azzardo) solo le vittime di tutte le croci della storia del mondo. Solo loro possono lanciare il loro grido nel vuoto, nella fiducia che il Vuoto ascolti la loro voce.

Scusa se mi sono permesso di giustificare così diffusamente la mia posizione e anche se non apro il discorso della “resurrezione” che, come tutti sappiamo, non è prova ma oggetto della nostra fede.

Un caro saluto, un forte abbraccio. Gilberto  

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